Superstite del terremoto, sfollata tra decine di migliaia. 2 giorni dopo il 6 aprile, 2 notti passate in auto, ho il coraggio di rientrare nel mio appartamento al primo piano, prendo il portatile, lancio un cavo Lan dalla finestra nel garage, e mi collego a Internet per controllare la mia Gmail. Centinaia di messaggi non letti, inizio a rispondere ad alcuni, poi rinuncio. Claustrofobia. La connessione non è wireless, il cavo arriva solo fino al garage, devo pensare ai figli. Mi serve la protezione del cielo aperto su di me, mi sento al sicuro sotto il cielo. Alcuni dei tanti amici e contatti che ho sparsi per il mondo hanno il numero del mio cellulare e mi hanno chiamato, tra i primi due telefonate dalla California, una zia e un amico, che hanno visto il notiziario della sera del 5 aprile (noi qui eravamo già alla mattina del 6); ma la grande maggioranza ha inviato email e non ha avuto risposta, capisco la loro angoscia, anni fa ho vissuto la stessa impotenza per un amico giornalista in occasione del terremoto in Turchia.
Noi abruzzesi siamo gente orgogliosa, individui riservati, non ci piace la pubblicità, non ci piace chiedere aiuto. Tutta questa valanga di aiuto continua a incrinare la mia armatura, resa dura e robusta da millenni di vita tra le montagne. A loro e a tutti quelli che non conosco, che stanno pensando a noi mentre le immagini scorrono sullo schermo TV, e che ci aiutano come possono, dedico queste pagine, per condividere ciò che io - noi - stiamo vivendo, e far sapere a tutti voi che mi state leggendo quanto ci sentiamo riscaldati dalla vostra partecipazione. Abbiate pazienza se le mie opinioni vanno contro la vostra fede e convinzioni razionali, scusatemi per il design e la navigazione scarna, ma soprattutto GRAZIE!
I testi del diario sono tradotti dall'originale in lingua inglese.