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Diario dall'Aquila

lunedì 6 aprile, 3.32 am

Al solito, pensavo di aver pianificato tutto, come in una cerimonia nuziale, chi deve fare i vari gesti, e quando. Dopo la scossa delle 22.48, 3.9 Richter, ho dato istruzioni ai miei figli di tenere le scarpe, e di incontrarci in caso di nuova scossa sotto l'architrave della porta d'ingresso, secondo mio marito il luogo più sicuro dell'appartamento. Poi avremmo atteso lì la fine della scossa, e saremmo usciti scendendo le scale dopo averle controllate. È pronta nel punto di raccolta anche la torcia. E dopo l'una c'è anche il borsone con vestiti, scarpe, spazzolini da denti, e la mia borsa con documenti, contanti, carte di credito, chiavi dell'auto, del garage, altri piccoli oggetti senza i quali sarei persa, tutto nella mia borsa sul pavimento. Ma non mi libero della paura ancestrale che continua a dirmi che dovremmo uscire e dormire in macchina, poi il mio lato razionale mi ripete ciò che tutti gli esperti hanno continuato a dire, che non c'è modo di prevedere i terremoti, che il peggio è passato e queste sono scosse di assestamento ... così lascio che i figli vadano a dormire nelle loro camere - che potevano diventare trappole per topi - non mi fido della mia paura, non mi rendo conto che una sana paura è ciò che ci salva nei momenti di pericolo, e mio marito continua a dire "se casca questa casa, casca tutta L'Aquila" ... continuo a leggere gli aggiornamenti online, poi verso le 2.30 decido di andare a letto, lasciando la luce accesa in corridoio.

3.32 am
Ho rivissuto quei 38 secondi nella mia mente tante volte, ho continuato a riviverli e ricostruire in flashback quegli interminabili momenti. Sono sveglia quando si scatena l'inferno. La prima cosa che avverto è la sensazione della morte imminente - la riconosco, l'ho avvertita in un incidente stradale e tanti anni fa quando a 19 anni sciando caddi per tre metri in un crepaccio - ma i miei figli sono l'unico pensiero, i due in casa con me, l'altra non so dove in città. Il terremoto è molto peggio di qualsiasi cosa potessi immaginare, l'inizio è forte come tutti gli altri secondi che seguono, l'armadio contro la parete a fianco del letto, alto quasi 3 metri, comincia a cadere verso di me poi torna indietro poi ricomincia a cadere, ma io sono già fuori della stanza. Le luci sono ancora accese nel corridoio, chiamo i miei figli, vedo alla fine del corridoio Caty che alza la testa dal divano in sala su cui si era addormentata e oggetti a mezz'aria - ma sono fermi? - in caduta dalla mastodontica libreria verso di lei e le urlo di alzarsi di corsa - 3 secondi forse sono passati e sono ancora solo all'inizio del corridoio, dove una porta separa la zona notte dalla zona giorno, una porta che abbiamo lasciato aperta - ho una visione del corridoio, le luci ancora accese, l'acquario che scivola verso il centro del corridoio, quadri che si staccano dalla parete, il pavimento a un angolo di 30 gradi che cambia continuamente e sto camminando a braccia aperte per appoggiarmi ora a destra, ora a sinistra, poi la porta semiaperta si stacca dai cardini e mi viene incontro come in una scena da poltergeist.

È l'ultima cosa che vedo, tutte le luci si spengono. Iniziano a scattare gli allarmi, l'accumulatore del computer manda il suo beep, dalle case intorno arrivano grida di tante voci diverse, ma il possente tuono dalle profondità della terra copre tutto. Nell'oscurità totale gli oggetti che avevo visto in caduta libera raggiungono il pavimento, rumore di schianti e vetri infranti ovunque, Caty grida che non vede niente, la porta che sta cadendo - stupidamente, avevo scelto porte di legno massello con la parte superore in vetro - mi colpisce. In seguitò scoprirò dalla localizzazione delle contusioni che ho fermato la porta con l'interno della gamba sinistra, il ginocchio destro e il gomito destro che avevo inizialmente alzato a coprire la testa - se non avessi avuto quel decimo di secondo in più per vedere la porta che si staccava dai cardini mi avrebbe colpito in testa - probabilmente sono caduta, mentre gridavo a mio marito di alzarsi, lui non mi aveva seguito e non mi rispondeva - mentre al buio mi avvicino alla porta d'ingresso mi accorgo di camminare su oggetti e frammenti di vetro, mia figlia mi tocca, anche mio figlio mi raggiunge, trovo la torcia che avevo lasciato sul borsone e la accendo - la terra non sembra pià scuotersi ma solo tremare, ma trema la manno di mia figlia, io tremo, afferro il braccio di mio figlio - arriva anche il padre camminando lentamente "che botta...!" e mi accorgo da come vedo sfocato che non ho preso gli occhiali e lo mando a prendermeli in camera - non mi rendo conto di metterlo a rischio.

Apriamo la porta che dà sulle scale, non so cosa è successo alla torcia, non c'è più, sento dal piano di sopra che gridano di non scendere, di aspettare - dal terzo piano arriva mio cognato con una grossa torcia, e finalmente usciamo, arriviamo al sicuro sotto il cielo stellato - "...così tornammo a riveder le stelle".