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Diario dall'Aquila

La Terra Desolata

Per decenni dalla mia finestra ho visto ogni giorno all'orizzonte lo skyline della mia città, la bella fabbrica di Collemaggio, la facciata e la cupola di San Bernardino, la lunga fila di case che fiancheggia Via XX Settembre. È la mattina del 6 aprile e il primo sole illumina un profilo diverso, che non riconosco. Pezzi mancanti, nuvole di polvere che si alzano, sirene e luci lampeggianti e il suono raschiante delle ruspe.

La mia città tanto fiera, fondata per regio decreto dai castelli della valle, è profondamente, profondamente ferita nelle sue pietre, i vicoli, le chiese e soprattutto, tragicamente sopra tutto, la sua gioventù, il cuore pulsante della gioiosa vita notturna, tutti gli studenti che affollavano portici, piazze, parchi e locali, divertendosi, come è giusto che sia, nei loro anni migliori, gli anni in cui i giovani si preparano a diventare fari luminosi della nostra società, mettere su casa, crescere bambini meravigliosi...

La città piange lacrime di sangue, il sangue e la carne delle vittime mescolati alle pietre e alla polvere, una polvere affamata di giovani vite, come fu per tutti quei piccoli angeli di San Giuliano di Puglia, ora a scuola con la loro cara maestra in un mondo troppo lontano dal nostro.