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Diario dall'Aquila

Il collante

22 aprile 2009 -- Qualcuno deve essere il collante. Sono convinta che in ogni famiglia, in ogni squadra sportiva, in ogni città e nazione, in momenti di emergenza qualcuno deve essere il collante. Su piccola scala, ho la consapevolezza da anni di essere il collante nella mia famiglia. Vengono tutti da me, per questioni scolastiche, storie tristi e felici, per la paghetta, per i pasti, perché non trovano la t-shirt preferita. Spesso provo disagio nell'essere il collante. Come le tessere di puzzle che dopo aver trovato la giusta collocazione si rimescolano e disperdono se cade il puzzle senza colla, ho tenuto le tessere insieme durante e dopo il terremoto.

Lo scorso 15 settembre 2008, un caro amico, Albert Porreca, è scomparso lasciando grandi progetti aperti, una famiglia che aveva bisogno di lui, amici affettuosi e colleghi. Questa perdita prematura ha avviato un profondo disagio in me - e se dovessi lasciare tutto, improvvisamente, domani, quali progetti che nessuno sarà in grado di riprendere, quale ferita inguaribile lascerò ai miei figli, e le password dei conti bancari, i pagamenti che continueranno ad essere addebitati sulla carta di credito, quante cose che nessuno sa ...

Albert mi ha insegnato un'ultima cosa, e da settembre ho iniziato a prepararmi, non sapevo che mi stavo preparando per il terremoto, ma avvertivo che qualcosa stava per distruggere il mio mondo abituale, una malattia, un incidente, un perdita. E terribile è stata la perdita. Ma non solo mia, non è stata personale. E' stato il cataclisma, adeguato termine greco che indica l'improvviso rovesciamento di tutto ciò che c'era prima. Ironicamente alle 3.32 del 6 aprile il mio cellulare - da me pochissimo utilizzato - era pronto in borsa, con una carica completa e credito, il caricabatterie anche. Il portatile era pronto con backup di tutti i lavori più recenti, dati di account e password.

Già, portatile e cellulare erano pronti. Ma alle 3.34 - due minuti dall'inizio del terremoto, da quando ero ancora sul letto a quando mi sono trovata in piedi, su un prato - nel momento in cui ho visto sotto la luna piena il profilo stranamente diverso della città, fumo e polvere salire dalla collina di Collemaggio, dalla Casa dello Studente e Campo di Fossa, ho sentito le sirene urlare e voci disperate, un abisso si è aperto nel mio animo, d'improvviso ho avuto la consapevolezza delle tante creature, in vita solo due minuti prima, ora anime fluttuanti nella polvere - in quel momento ho saputo che non ero pronta, non ero pronta a vedere il familiare orizzonte ferito mortalmente.

Come Winston Churchill fu il collante nei lunghi mesi di bombardamento della Gran Bretagna, qualcuno deve diventare il collante di tutti gli sfollati sopravvissuti d'Abruzzo, che, come me, non erano pronti a questo, che stanno tentando di far fronte alle nuove circostanze - stiamo cercando questo qualcuno, questo qualcosa. Sfollati, dispersi, in lutto, senzatetto, gli Aquilani hanno bisogno delle parole carismatiche che potranno ispirarli alla rinascita. Saranno queste parole forse "eamus Aquilam"?

Questa ispirazione respira come venti di guarigione, asciugando le lacrime, nella cocciuta determinazione - così Abruzzese - nell'altruismo e coraggio dei volontari della Protezione Civile, nel coro di voci che attraverso blog, poesie, diari, testimonianze condivise, e l'incoraggiamento, la simpatia, i fondi, che vengono da tutto il mondo a noi come una cascata rinfrescante dopo aver attraversato un desolato deserto, il deserto in cui anche il luogo di sepoltura di Camilla Lopez, nel romanzo dell'abruzzese John Fante, è stato dimenticato. Ogni grazie, in ogni voce di ogni superstite del terremoto, risuona oggi con il rotto rintocco delle campane messe in salvo dalla chiesa di Onna.