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Diario dall'Aquila

26 aprile 2009 - Sara

Molti anni fa scendevo le scale del supermercato Standa, nel centro dell'Aquila. Avevo allora solo una bambina, che adesso ha 22 anni. Su quelle scale incontrai mia cugina di secondo grado, che aveva con sé la sua bambina, ci mettemmo a parlare - la vita raramente ci fa incontrare anche in una piccola città - poi la figliola, slanciata, dai lunghi capelli sottili sul viso delicato, deve correre alla toilette. Era la prima volta che vedevo Sara.

Ieri pomeriggio, in questa bella località di mare che è diventata "casa", ho incontrato casualmente mia cugina. Alle parole "come va" che dico quasi senza riflettere - nessuno della sua famiglia era nella lista delle vittime -mi dice "ho sepolto papà ieri, mia figlia ha perso il suo ragazzo". Suo padre - mio zio - anziano e malato, ha preso la polmonite durante la seconda notte in tenda, e dopo una settimana è morto in un ospedale lontano. Sarebbe potuto vivere più a lungo, se non fosse stato per il terremoto, ma in qualche modo capisco come tanti anziani oggi sentano l'ingiustizia di andare avanti con la propria vita, con le tombe dei nipoti ancora calde. Ripenso a mio nonno che nel lontano 1971, al funerale del mio fratellino più piccolo, vissuto solo 24 ore, continuava a piangere dicendo: "Dovevo andare io, non lui", e come se avesse deciso di non voler più vivere, si lasciò andare, e morì due mesi dopo.

Mio zio veniva da lontano, aveva fatto la guerra, era stato catturato dai tedeschi dopo il 1943, nel dopoguerra era emigrato a San Paolo del Brasile, dove erano nati tre dei suoi cinque figli, ricordo quando tornarono, abitavano in una grande casa vicino l'Arcivescovato. Le foto del terremoto mostrano anche quella vecchia casa, vicino alla cupola del Valadier in rovina. Questi monumenti che ci mostra la televisione sono fianco a fianco con i tanti luoghi legati agli innumerevoli pezzetti di memoria di una vita.

Non ricordo di aver più incontrato Sara, ma quando penso a quello ciò che è successo alla sua vita, ai suoi sogni alle 3.32 di quella notte, c'è solo silenziosa angoscia, per un attimo è come se il suo dolore mi stringesse il cuore, la disperazione per il bel ragazzo scomparso sotto le rovine di quelle case nel nostro ground zero. Ci sono state nuove albe dopo quella notte, e lei ha dovuto svegliarsi in altri giorni, giorni in cui non l'avrebbe incontrato. Quando riusciranno i nostri giovani a guardare di nuovo il sole che sorge, come potremo mai aiutarli, dopo che le troppe lacrime si saranno asciugate, a combattere la desolazione di questa primavera ... La pioggia è il tempo giusto per il dolore, non i raggi del sole che sfiorano i mandorli in fiore. Aprile è il mese più crudele.