Solo poco più di una settimana prima della profanazione della bellezza, mi trovavo in un piccolo autobus a mostrare angoli caratteristici a un gruppo di visitatori, che avevano a disposizione un tempo molto limitato, per cui scelsi due "classici", le 99 Cannelle e Collemaggio. Scattarono foto di San Vito, di fronte alla fontana, con le sue due meridiane, una per le ore antimeridiane e l'altra per le pomeridiane, e si divertirono alla mia storia - l'ho letta da qualche parte, non so se vi sia verità - che le meridiane vennero collocate sulla facciata della chiesa per permettere alle lavandaie, dopo aver sfregato sapone sulle macchie e posto il bucato al sole, di calcolare il momento giusto per risciacquare.
Parlai delle leggende sulla Fontana, mostrando il mascherone che pensavo rappresentasse Federico II, le sei misteriose formelle bianche, la croce templare in alto nella tredicesima fila della parete, e spiegai come la bellezza della città fosse indissolubilmente intrecciata ai suoi misteri, alla fondazione che come un lampo di luce squarciò le tenebre del Medioevo, un segnale - o promessa, o speranza - di rinnovamento e rinascita.
Parlai di tutte le piazze ciascuna con le sue case attorno, la chiesa, la fontana al centro, e poi li portai alla chiesa fuori le mura ove nel 1294 centinaia di migliaia di visitatori da tutta l'Europa vennero per essere presenti all'incoronazione del nuovo Pastor Angelicus, che avrebbe riportato la Cristianità al vero Vangelo.
Un rinnovamento necessario anche in questi nostri tempi. Abbiamo sporcato il pianeta con i nostri rifiuti, ingrassiamo mangiando cibo cattivo, assegniamo premi agli imbecilli, sfruttiamo la povertà dei lavoratori del terzo mondo, ci annoiamo all'ennesima notizia di profughi nei Paesi africani in guerra, continuiamo allegramente a bruciare risorse e aumentare la temperatura. Il piccolo ghiacciaio del Gran Sasso - la nostra localizzazione del riscaldamento globale - rimpicciolisce ogni anno di più, manca poco ormai al punto di non ritorno, e sarà solo memoria. La Distruzione può diventare occasione per il nostro Rinnovamento. Possiamo cambiare il nostro destino da quello di vittime, superstiti, sfollati in qualcosa di totalmente nuovo. Ricostruire ciò che è bello, artistico e storico, ma cambiare le case della gente, scuole, uffici, in modo che essi diventino, nel cuore verde d'Italia, esempi di un nuovo rapporto con la Terra.
La pigra città, che aveva bisogno - come i suoi abitanti - di lunghe ore per scaldarsi ogni mattina ed iniziare a funzionare - non era riuscita a tenere il passo con i ritmi frenetici della globalizzazione, ed ogni anno diventava più povera. Sì, gli abitanti andavano a teatro, frequentavano i concerti in gran numero ogni settimana, e splendevano d'orgoglio per la loro tradizione rugbystica - tanto aliena dalle spese del grande calcio italiano - e passavano ore e ore ogni giorno a passeggiare su e giù per i Portici, - i piedi si scaldano se si cammina. Pigrizia apparente, tipica della gente di montagna, che pensa e lavora molto lentamente, ma quello che fa lo fa bene; è quasi genetica, ereditata dal pastore, che, sorvegliando il gregge da sotto l'ombra di un albero, aggiunge di tanto in tanto un altro verso alla sua poesia.
La catena di montaggio può sfornare prodotti a ritmo sempre crescente, ma per le opere d'arte e l'unicità è necessario sostare e attendere che l'immaginazione trovi la sua strada, come il cuoco che prepara quella sua salsa speciale in cui ogni ingrediente è importante e deve essere aggiunto al momento giusto. Stupore, orgoglio per tutti questi Aquilani un tempo riservati e sornioni, che ora escono allo scoperto, raccontano la loro storia ad alta voce, pubblicano le loro foto di ogni piccolo angolo risparmiato, scattate con amore struggente, il coro della mia nazione d'Israele che piange "di Sionne le Torri atterrate" - risuona nei discorsi nelle parole alterate negli abbracci nella diffidenza nelle emozioni. Aspettiamo, perché non c'è molto altro che possiamo fare al momento, ma pensiamo, e ci riposiamo e alleniamo i nostri muscoli, come tanti Rambo prigionieri, l'unità scaturisce dal comune destino - "O mia patria sì bella e perduta "- ed ora ci serve solo una visione comune per lanciare con il nostro tiro più potente la palla ovale verso il suo destino, verso la vittoria, quando saluteremo di nuovo le rive del nostro fiume Giordano che scorre pigramente, quasi addormentato sotto le mura ricostruite della nostra città, di nuovo bella.