13 gennaio 1915, ore 7.50 ... Si era annunciata una mattina serena, limpida, dopo una notte rigidamente invernale, tempestosa di tramontana, che aveva sibilato con folle violenza fino all'alba... Alle 7.30 dovetti recarmi dalla nonna, il Corso in quell'ora appariva solitario... Tornai a casa, trovai seduti presso il camino Nicola e Gaetano (ndr, fratello e cugino dello scrittore)... mentre la mamma era intenta a preparare il caffelatte per me e mio fratello Mario, che saremmo dovuti andare a scuola subito dopo.
Non era trascorso un quarto d'ora quando la vecchia terra si mise a tremare con tutte le sue montagne, e così forte da credere che stessero per crollare i cardini stessi del mondo. Salì dalle profondità misteriose un rombo, al quale rispose quello delle montagne impaurite e riempirono i cavi della terra, che solo la terra tiene, e la immensità dei cieli, donde il sole guardò una densa nube di lutto. Poi, le cose perdettero il loro nome per diventare un confuso ammasso di detriti, una vita multanime si spense.
Una forte pressione, causata da una trave di legno, sul lato sinistro del petto, mi fece rinvenire: non saprei dire per quanto tempo ero rimasto sepolto, privo di sensi; ma appena fui sveglio, mi tornarono subito alla mente la danza furente, diabolica, assordante della mia casa, le urla nostre e della povera mamma, che invocava Santo Emidio, i salti formidabili del palazzo di fronte, visti attraverso la finestra, il tutto in un mostruoso baleno; soffrivo molto e cominciai a gridare aiuto.
Gaetano e Nicola, usciti dalle rovine illesi, chissà per quale strano inspiegabile caso, erano già intenti all'opera di salvataggio e in meno di un'ora trassero fuori dalle macerie mia madre, mia sorella Anna, mio fratello Mario e me. Del povero nostro padre, che era in un'altra stanza nel momento terribile del crollo, non si sentì un lamento, non una voce, per quanto si fosse chiamato a lungo, ripetutamente; e così invano furono chiamati i nostri buoni compari don Berardino Toccotelli, sua moglie donna Leonilde, i figlioli che abitavano di fronte, e donna Alfonsina Corbi e la figlia Vincenzina, che abitavano a lato, ed erano sole perché gli altri figli Francesco e Tommaso erano lontano, ufficiali di carriera, e Leandro non era in casa in quell'istante.
Grida, invocazioni, pianto.
Terrificante era lo spettacolo che si presentò ai miei occhi: la nube grigiastra, immensa, che alcuni della periferia avevano visto innalzarsi sopra la città abbattuta era scomparsa, lasciando nell'aria un odore acre, acuto, inconfondibile di vecchi calcinacci che, penetrando attraverso le nari, sembrava invadere anima e corpo del senso della morte, disseminata all'intorno. Levai lo sguardo su quelle povere case in frantumi e fui colpito alla vista del campanile di San Bartolomeo che, mutilo com'era, mi apparve nel vano tentativo di innalzarsi al cielo da quell'immane biancastra distesa di pietre; fra le quali si ergeva appena. La mia mente di fanciullo si smarrì ancor più nello stupore che mi destava la caduta di quel gigante, da me immaginato incrollabile.